Ma andiamo con ordine e narriamo del raduno a Palazzuolo, di cui non scrivo il nome perchè chi lo ha organizzato ha troppa fantasia per la mia scarsa memoria e per la mia ancora più latente buona volontà. Ma faccio un immenso sforzo e copincollo il nome del raduno "In Oste nel Podere di Maghinardo".
Da leggersi quanto segue con tono solenne da cinegiornale.
Padova, quattordici luglio duemiladodici. Cinque impavidi volontari, membri onorati della Compagnia della Torlonga, affrontano il periglioso viaggio alla volta delle terre del palazzuolese, nel cuore dell'italico stivale. Li guida il capitano Leone Bottin, seguito dai fidi scherani S
cottonella detto il Prolisso e Cinghialotto detto Allegria, e accompagnato dalla procace Caigo e dalla minuta Erika. In maestoso corteo, il fiero Rugginante e la suida vettura dell'Allegro seguace, sfilano sull'assolata autostrada A13, lontano dai fasti riservati ai più celebri eroi. La strada è lunga e insidiosa, disseminata di trappole dal subdolo nemico nel bolognese, terra rossa e bolscevica. Ed ecco infatti, il primo attac
co dell'esercito avverso: la colonna in autostrada in immissione della A14. Ma i nostri eroi no
n si perdono d'animo, di fronte a dieci, cento, mille nemici che li attorniano rallentando il loro passo.
Con ardite manovre elusive e assoluta maestria, confondono il nemico e sè stessi, sfidando persino le più radicate leggi fisiche, compresa quella di Murphy, uscendone vincitori. Ma prima di uscire dal territorio rosso, l'infingardo nemico bolscevico colpisce ancora, subdolo come sempre: con abile e furtiva mossa, infatti, ha compiuto sabotaggio sul fie
ro alleato Rugginante, facendogli perdere pezzi per la strada.
Ma nemmeno questo può impedire ai nostri valorosi di continuare la loro solitaria marcia verso
la meta. Procedono maestosi verso Imola e oltre, seguendo fedelmente le indicazioni dell'impavido navigatore. Pure troppo impavido, agli occhi dei cinque, che si trovano ad affrontare i bastioni naturali delle bolsceviche lande romagnole nel loro punto più insidioso, mettendo alla prova la leggendaria forza del Rugginante.
Ma i nostri eroi non furono scelti a caso tra i valorosi, ed eccoli arrivare tutti interi nel palazzuolese, ove li attende una lunga e pericolosa missione, con largo anticipo sulla tabella di marcia. Purtroppo non tutti concord
ano sulla tabella di marcia segui
ta e, come sembra essere diventata una radicata abitudine in questo genere di missioni, i Nostri vengono richiamati all'ordine per non essere stati presenti alla riunione tattica tenutasi tre ore prima dell'arrivo previsto.
Non mostrando emozione o cedimento alcuno, i cinque procedono all'installazione precisa e pun
tuale della base tattica, con tenda per il quartier generale e velario sotto il quale portare a
termine le operazioni più perigliose e impegnative. Quand'ecco alzarsi il vento di levante che attacca le tende ed i velari dei soldati accampati. Dopo lunga e sofferta battaglia, il valoroso velario della Torlonga cade sotto i colpi spietati del vento bolscevico, dilaniato a morte. Il morale delle truppe riceve un duro colpo e anche i fieri Ferri alleati ammainano il loro velario, in segno di rispetto per l'eroe caduto.
Ma in guerra non c'è spazio per il dolore, e i nostri soldati non perdono tempo. La giornata procede con le grandi manovre e l'affinamento della tattica e dell'arte bellica. Consumato un maschio rancio a base di penne
aglio, olio e peperoncino e di salsicce in umido, rinforzate da una massiccia dose di pancetta, i soldati si preparano alla pugna.
Sono ormai calate le tenebre, nell'accampamento, e solo il campo di battaglia viene illuminato dall'impietosa luce dei fari. Il fiero Ferro alleato Giano, sprezzante del pericolo, con sguardo fiero e volitivo, si erge tra gli schieramenti di soldati, per distrarre la folla e motivare gli uomini. Le sue parole sembrano catturare l'attenzione e gli animi, ma no
n sono sufficienti a impedire
la pugna. A più riprese gli eserciti si scontrano, uomo contro uomo, schieramento contro schieramento, tutti contro tutti. Ma ecco uscire il più subdolo dei nemici: il traditore. Infatti, il piede dell'eroico Bottin, con bolscevica perfidia, disobbedisce agli ordini del suo comandante, restando fermo invece di ruotare assieme al resto del corpo, esponendo il ginocchio a mortale pericolo. Anche il fiero Ferro alleato Mancho, posto nella retroguardia di Bottin, subisce ingenti perdite al fronte posteriore e un cedimento al fianco. Si tratta di una disfatta cruciale, la caduta dell'asse Bottin-Mancho, aggravata dalla
rotta delle falangi del fiero Ferro alleato Francesco, che costringe il comandante delle operazioni, Giano, a chiamare la ritirata, utilizzando la manovra difensiva denominata "Grazie a Gaino".
Nonostante i feriti e i caduti, il morale delle truppe all'accampamento rimane alto. Nel buio della notte toscana, sferzati dal vento e stremati dalla batt
aglia, i nostri eroi reprimono la propria nostalgia intonando strazianti canti popolari delle proprie terre. I lamenti strazianti dei feriti che cantano, riempiono l'aria di malinconica fierezza, mentre tentano di lenire i dolori dando fondo alle provviste e alle mai sufficienti libagioni. Lo spettacolo che si offre agli occhi dello spettatore è angoscioso e si protrae fino a notte tarda, quando finalmente i nostri eroi decidono di riposare le proprie stanche membra.
Arriva finalmente un altro giorno, dopo le battaglie della notte. Le grandi manovre previste per la m
attina, già in parte slittate dal giorno precedente, vengono annullate, sotto l'attacco continuo e perverso del nemico ventoso. Nonostante la stregua difesa, cade anche la valorosa tenda rosa dei fieri Ferri alleati. Il morale delle truppe cala sotto i tacchi: le sole parole non possono esprimere il dolore impresso nei volti provati di questi uomini e queste donne, accasciati ovunque privi di forze. Nemmeno il lauto rancio, a base di pipette al "tutto quello che c'era in frigo", finocchiona e formaggio riesce a far loro recuperare le forze.
È così stremati che si trovano quindi ad affrontare la grande battaglia campale, già privati d
el valoroso Bottin e dell'eroico Mancho. Ma le sorprese non finiscono. Cinghialotto, seguito da Scottonella, volge improvvisamente le spalle ai fieri Ferri alleati, e con decisa arroganza, conduce un esercito di mercenari contro di loro. I due eserciti si organizzano, pianificano la battaglia e i movimenti. La pugna è violenta e i soldati dimostrano di avere un gran coraggio e parecchie lacune nella matematica di base. Alla fine della caotica battaglia, solo pochi restano in piedi: i fieri Ferri ex-alleati hanno vinto.
Ai nostri eroi non resta che prendere quello che resta del loro equipaggiamento e ritornare a cas
a, vinti nel corpo e nello spirito.
Bon, adesso basta leggere con il tono da cinegiornale. Lo spettacolo è finito. Anche se, per ostentata pigrizia, non ho citato e ringraziato tutti gli altri amici e gruppi presenti, gli organizzatori e, perchè no, il pubblico. È particolarmente un peccato non descrivere la simpatica scenetta occorsa dopo cena, in una tipica osteria di Imola, ma, sinceramente, mi ero rotto le balle dell'idea del cinegiornale alla terza riga.
Per dovere di cronaca, per i troppi che non hanno assistito alla scena, prima di tornare a casa, ci siamo fermati a mangiare un boccone con Enzo e un paio di raga
zzi. Dopo aver pagato ad un simpatico energumeno, non grozzo, ma grozzo grozzo, che sfoggiava orgoglioso dei magnifici mustacchi e una fluente chioma salepepata, abbiamo cominciato a domandarci chi ci sarebbe venuto contro se lo avessimo avuto di fianco in schieramento. Detto fatto gli ho chiesto "lei, scusi, ha mai pensato di fare rievocazioni medievali?". Diciamo che non era molto favorevole a certi eventi e lo ha espresso in modo "colorito". Se non fosse venuto fuori che ce l'aveva contro i tamburini e gli sbandieratori che fanno un casino dell'anima quando passano per le viuzze dei paesi, avremmo tagliato la corda lasciando solo il claudicante Bottin a farsi divora
re vivo. Fortunatamente, non è stato necessario: è stato sufficiente dichiararci favorevoli alla soppressione fisica dei tamburini. A quel punto, ha cominciato a valutare seriamente l'idea di unirsi a noi...
(Piccolo strascico: il giorno dopo chiamo Bottin e gli domando come sta, per via del ginocchio.
"Sono in un pozzetto" risponde. Che volesse dire che si trovava nella merda?
Una menzione d'onore anche a Mancho, che torna a casa con una chiappa sfrappolata e una costola
incrinata, e a Francesco, che ha ottenuto due dita incalcate, e di cui sicuramente ho sbagliato il nome)
Tentativo di avanzamento di carriera in Torlonga